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Proprietà del sito web: cosa ti porti via se cambi fornitore

La proprietà del sito web si verifica prima del cambio fornitore: le sette voci da controllare, il codice del dominio e cosa garantisce il Data Act UE.

Studiollice 3 novembre 2026 6 min di lettura
Scatoloni da trasloco, una chiave e un disco esterno su una scrivania: la proprietà del sito web al momento del cambio fornitore

La proprietà del sito web è una di quelle cose che si scoprono nel momento peggiore: quando decidi di cambiare fornitore. Il sito funziona, il dominio è online da anni, le email arrivano regolarmente. Poi chiedi di spostare tutto e scopri che il dominio è intestato all'agenzia, l'hosting sta su un account che non hai mai visto e il tema su misura non è in nessun archivio di codice. Quasi mai è malafede: è disordine accumulato in dieci anni di piccole urgenze.

Il punto, quindi, non è litigare. È sapere in anticipo che cosa è tuo e in quale forma puoi portartelo via. Infatti la portabilità non si improvvisa il giorno della separazione: si verifica mentre il rapporto funziona, con una lista alla mano.

Proprietà del sito web: le sette voci da verificare

Un sito aziendale non è un oggetto unico. È un insieme di sette cose distinte, ognuna con un titolare diverso e una procedura di trasferimento diversa:

  1. Il dominio — chi è il registrante indicato nel registro, non chi ha pagato la fattura.
  2. La zona DNS — dove stanno i puntamenti del sito e, soprattutto, quelli della posta.
  3. L'hosting o il cloud — a nome di chi è aperto il contratto con il provider.
  4. Il codice — tema, plugin su misura, script: in quale archivio stanno e chi ci accede.
  5. Database e contenuti — articoli, schede prodotto, ordini, moduli ricevuti.
  6. I file media — immagini, PDF, cataloghi: la voce più pesante e la più dimenticata.
  7. Credenziali e integrazioni — SMTP, chiavi API, analytics, Search Console, pixel pubblicitari.

Un passaggio di fornitore riuscito è semplicemente questa lista completata, riga per riga, con un responsabile e una data. Un passaggio fallito è una di queste sette righe che nessuno ha mai scritto.

Il dominio è tuo solo se il registrante sei tu

Qui sta l'errore più costoso e più comune. Il dominio non appartiene a chi lo paga: appartiene al registrante, cioè al soggetto indicato nel record di registrazione. Se in quel campo c'è la ragione sociale della tua agenzia invece della tua, dal punto di vista formale il dominio non è tuo. Verificalo oggi, non il giorno del cambio: su un .it bastano pochi minuti.

Il trasferimento vero e proprio passa da un codice. Per i domini .it è l'authinfo code, che secondo il Registro .it il registrar deve comunicare al registrante e non può rifiutarsi di fornire; se non risponde, il registrante può rivolgersi direttamente al Registro con una richiesta via PEC e ottenerlo. Sui domini generici come .com l'equivalente è il Transfer Authorization Code, che per policy ICANN il registrar deve consegnare al titolare entro 120 ore dalla richiesta.

Esistono però dei blocchi tecnici da conoscere, perché spostano le date del progetto: dopo una nuova registrazione, un trasferimento o un cambio di intestatario scatta un periodo di blocco di 60 giorni, che una revisione della policy adottata dal board ICANN nel giugno 2026 porterà a 30. Tradotto in pratica: se cambi l'intestazione del dominio il giorno prima di migrare, hai appena bloccato la migrazione per due mesi. Prima si sistema l'intestazione, poi si pianifica lo spostamento.

Codice, database e media: tre esportazioni diverse

"Ti esporto il sito" non significa niente, perché le esportazioni sono tre e nessuna comprende le altre. Il caso di WordPress è esemplare: lo strumento di esportazione nativo produce un file WXR che contiene articoli, pagine, custom post type, commenti, campi personalizzati, categorie, tag, tassonomie e utenti. Secondo la documentazione ufficiale di WordPress si ferma lì: non ci sono i file media, non c'è il tema, non ci sono i plugin né le impostazioni.

Tre gruppi di oggetti separati su un piano scuro: fogli stampati, un disco esterno e fotografie, a rappresentare le tre esportazioni distinte di un sito web
Testo, database e file media sono tre consegne diverse: un export che ne contiene solo una non è il tuo sito.

Significa che quell'XML da pochi megabyte non è il tuo sito. È il testo del tuo sito. Le immagini vanno copiate dalla cartella degli upload, il tema su misura va prelevato dall'archivio di codice e la configurazione va ricostruita a mano. Se poi il sito è custom e non su CMS, il discorso cambia forma ma non sostanza: ti serve l'archivio di codice, il dump del database e la cartella dei file caricati. Tre cose, tre consegne.

C'è un controllo che vale più di qualsiasi promessa: chiedi che l'esportazione venga rimontata da qualche parte. Esattamente come per il backup di un sito, dove conta solo la prova di ripristino, un export che nessuno ha mai riaperto è una speranza, non un asset. Un ambiente di staging serve anche a questo: ricostruire il sito partendo solo da ciò che ti sei portato via, per vedere cosa manca mentre c'è ancora tempo per chiederlo.

Hosting e cloud: cosa ti garantisce già la legge

Sul fronte dell'infrastruttura, la proprietà del sito web ha smesso di essere solo una questione contrattuale: negli ultimi due anni la situazione è migliorata per ragioni normative. Il Data Act europeo (Regolamento UE 2023/2854) è entrato in vigore l'11 gennaio 2024 e si applica dal 12 settembre 2025: il suo Capo VI, articoli 23-31, è dedicato proprio al passaggio da un servizio di elaborazione dati a un altro — quindi hosting, cloud e buona parte dei servizi in abbonamento.

Le regole che contano per un imprenditore sono tre. Il preavviso che il cliente deve dare non può superare i due mesi. Il periodo di transizione per completare lo spostamento è di 30 giorni, estendibile solo quando il passaggio è tecnicamente non realizzabile. E gli oneri di trasferimento, oggi limitati ai costi effettivamente sostenuti dal fornitore, saranno vietati dal 12 gennaio 2027: incluse le tariffe di estrazione dei dati applicate per il cambio.

Il regolamento chiede inoltre che i dati esportabili siano forniti in un formato "strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico". È la stessa formula dell'articolo 20 del GDPR sulla portabilità dei dati personali, e non è un dettaglio da avvocati: è l'argomento che usi quando un fornitore ti propone l'archivio dei contatti come PDF stampabile invece di un CSV.

La portabilità si scrive nel contratto, non si spera

Tutto questo diventa utile solo se finisce in mezza pagina scritta prima di iniziare. Non serve un capitolato legale: servono sei righe che chiunque, in azienda, possa rileggere tra tre anni.

  • Intestazioni: dominio, hosting e account dei servizi a nome dell'azienda, sempre.
  • Accessi: un amministratore aziendale su ogni pannello, anche se non lo usa mai nessuno.
  • Codice: archivio di codice accessibile al cliente, con licenza d'uso chiara su ciò che è su misura.
  • Consegna: che cosa viene consegnato alla fine — export, dump, media, documentazione — e in quale formato.
  • Tempi: entro quanti giorni lavorativi dalla richiesta, e a quale costo se un costo c'è.
  • Credenziali: un unico documento aggiornato con chi detiene cosa, rivisto una volta all'anno.

Una precisazione che evita malintesi: rivendicare la proprietà del sito web non vuol dire pretendere di poter fare a meno di un fornitore. Vuol dire poterne scegliere uno diverso senza ricominciare da zero. Un fornitore solido non ha nulla da perdere in questa trasparenza, perché viene riconfermato per il lavoro che fa, non perché tiene in ostaggio un codice di trasferimento.

Se non sai rispondere a tutte e sette le voci della lista, hai un lavoro da fare questa settimana — e costa infinitamente meno adesso che durante un divorzio. Studiollice progetta siti e automazioni su misura con le intestazioni in capo al cliente e la procedura di uscita scritta dall'inizio: è il minimo che si possa chiedere a chi costruisce qualcosa su cui girerà la tua azienda.

Domande frequenti

Di chi è il dominio del mio sito?
Del registrante indicato nel registro, non necessariamente di chi paga la fattura di rinnovo. Se in quel campo c'è la ragione sociale dell'agenzia e non la tua, formalmente il dominio non è dell'azienda. È la prima verifica da fare, e si può controllare in pochi minuti.
Il mio fornitore può rifiutarsi di darmi il codice di trasferimento?
No. Per i domini .it il Registro stabilisce che il registrar debba comunicare l'authinfo code al registrante e non possa rifiutarsi; in caso di silenzio il registrante può rivolgersi direttamente al Registro. Sui domini generici la policy ICANN impone la consegna del codice di autorizzazione entro 120 ore dalla richiesta.
L'esportazione di WordPress basta per spostare il sito?
No. Il file WXR generato dallo strumento nativo contiene articoli, pagine, commenti, campi personalizzati, tassonomie e utenti, ma non include i file media, il tema, i plugin e le impostazioni. Servono tre consegne separate: database, codice e cartella degli upload.
Cosa cambia con il Data Act europeo dal 12 gennaio 2027?
Da quella data gli oneri di trasferimento verso un altro fornitore di servizi cloud o hosting sono vietati, comprese le tariffe di estrazione dei dati applicate per il cambio. Già oggi il preavviso richiesto al cliente non può superare i due mesi e il periodo di transizione standard è di 30 giorni.
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